venerdì 30 dicembre 2011

L'anno nuovo


Indovinami, indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?
Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo il lunedì
sarà sempre un martedì.
Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.

 
Così come è successo per il Natale (clicca qui), mi sono affidata a una poesia di Gianni Rodari.
Finalmente arriva il 2012.  Dico finalmente perché dopo tutte queste congetture sulla presunta fine del mondo, ora ci aspetta una sola cosa: arrivare a quel giorno per toglierci definitivamente il pensiero. Oppure altri troveranno altre leggende che parlano di fine del mondo.
Però c'è una cosa da dire: il mondo è finito così tante volte per dare spazio ad un altro.
Provate a pensare al mondo al tempo degli Antichi Egizi, Greci e Romani. Oppure al mondo rinascimentale, a quello barocco, a quello industriale e adesso a questo.
So benissimo che per "fine del mondo" spesso si intende che la vita cesserà. Lo dicono i terremoti, secondo quelli delle congetture. Ma i terremoti, i disastri naturali sempre ci sono stati e sempre ci saranno solo che una volta anche solo cento anni fa non potevamo sapere se in una zona sperduta del mondo ci sia stato qualcosa. Come potevamo? Non avevamo i mezzi.
E poi crisi, crisi, non si sente parlare d'altro. Ogni epoca ha avuto la sua crisi, ma cosa vuole dire in realtà "crisi"? Significa "cambiamento", significa che c'è bisogno di attuare un cambiamento.
E' l'essere ciechi di fronte alla necessità di un cambiamento che ci fa stare male, stiamo resistendo con forze immani quando potremmo usarle per stare bene.
 
 
Fine? La vita è un'energia, non è mai nata e mai morirà: si trasforma.
 
Quello che per un bruco è la fine del mondo, per il resto del mondo è una farfalla
(Lao Tze)



 
E' tutto nelle vostre mani. Lasciate che sia la vostra natura ad agire così come un seme cresce e buca la terra.


Buon anno nuovo a tutti voi e vi lascio con un pensiero che mi ha risollevato così tante volte:  Le cose cambiano per natura.
 

.

mercoledì 28 dicembre 2011

Le vere storie di Mulan e Pocahontas

Feste di Natale, tempo non solo dei film cinepanettoni (che sorprendentemente l'ultimo sta avendo un calo rispetto agli altri anni), ma anche di quelli disneyani.
Da bambina con mia nonna materna andavo al cinema e così ho visto La Sirenetta (1989), Bianca e Bernie nella terra dei canguri (1990), La Bella e la Bestia (1991), Aladdin (1992) e Il re leone (1993).
Inoltre, come forse avete notato, le feste natalizie sono l'ideale per trasmetterli in tv e così ieri hanno trasmesso prima Mulan e poi Pocahontas.
La Disney come spesso succede, cambia la storia, le adatta, ma bisogna considerare anche che storie come le favole dei Grimm o di Perrault sono state adattate, cambiate. Per esempio nella prima versione di Cappuccetto Rosso non c'era il cacciatore oppure in una versione de La bella addormentata, la storia continua facendo entrare il personaggio della madre del principe, un'orchessa.
Discorso diverso meritano le storie che appartengono all'autore perché di sua invenzione come Pinocchio di Collodi (la maggior parte degli americani non conosce la storia originale) e La Sirenetta di Andersen.
Questo discorso serve per andare alle origini di Mulan e Pocahontas.



Queste due eroine, che vanno a toccare rispettivamente l'Estremo Oriente e il Lontano Occidente, sono esistite. Per quanto riguarda Pocahontas non ci sono dubbi. Invece per Mulan, non ci sono prove certe. Le sue avventure sono raccontate in una ballata.

Partiamo con Mulan.



Che cosa racconta la versione disneyana? Abbiamo una ragazza cinese, Fa Mulan, che non riesce a trovare il suo posto nella società. Vorrebbe che la sua vita fosse molto di più di quanto gli altri si aspetterebbero da lei, ma non vorrebbe disubbidire ai suoi genitori e così disonorare la sua famiglia.
L'invasione unna fa richiamare alla guerra ogni maschio della famiglia. Il padre di Mulan però è stato ferito in una battaglia e Mulan non desidera che vada in guerra così decide di andare al posto suo rubando l'armatura e la pergamena di richiamo.
Guidata anche dal drago Mushu, Mulan, o meglio Ping, riuscirà pian piano a farsi benvolere dai suoi compagni e dal capitano, ma sarà una ferita in battaglia che la smaschererà. La pena era la morte, ma il capitano, essendo stato salvato proprio da lei, decide di salvarle la vita.
La battaglia contro gli unni sembra essere vinta e tutti i soldati, tranne Mulan, sono nella città imperiale a festeggiare, ma lei vede che alcuni unni sono sopravvissuti e puntano alla città imperiale così li segue.
Riconquistata la fiducia del suo capitano, riuscirà anche con astuzia a salvare l'imperatore che riconoscente s'inchina a lei e le chiede se vuole entrare come membro del suo consiglio, ma ciò che Mulan desidera è tornare a casa dai suoi genitori. Così l'imperatore le dona una collana e la spada dell'unno come dimostrazione di ciò che ha fatto per l'imperatore e per la Cina.

Ma nella realtà o meglio nella fiaba, cosa viene raccontato?



Hua Mulan va alla guerra

Il vero cognome di Mulan è Hua non Fa e lei aveva un fratello, ma a grandi linee la storia originale, scritta nel IV secolo prima della dinastia Tang, viene rispettata.
Qui la sua storia viene raccontata meglio.

E invece per Pocahontas?



La faccenda è molto più complessa.
La versione disneyana parla soprattutto dell'amore tra di lei, una nativa americana della tribù Powhatan e John Smith, un soldato britannico. Ma né i nativi né gli inglesi hanno intenzione di scendere a patti. E sarà la morte di Kocoum, guerriero Powhatan e promesso sposo di Pocahontas (a controvoglia di lei), per mano di un soldato inglese, a scatenare il tutto. John Smith gli dice di scappare addossandosi la colpa e viene catturato dagli altri guerrieri Powhatan e condannato a morte. Il soldato avverte gli altri della cattura di John Smith e tutti assieme decidono di attaccare con grande compiacimento del Governatore Ratcliffe, venuto in America solo per l'oro e convinto che gli Indiani lo nascondano.
Pocahontas decide di intervenire e salva la vita a John Smith facendo notare a suo padre, il grande capo Powhatan, che è stata la via dell'odio a portare tutto ciò. Powhatan libera John Smith e così sia gli Indiani che gli Inglesi abbassano le loro armi. Ma a Ratcliffe non interessa la pace, lui vuole solo il suo oro e così decide di sparare a Powhatan, ma sarà John Smith a ricevere la pallottola essendosi messo tra di loro.
I due amanti sono costretti a separarsi e John Smith chiede a Pocahontas di venire con lui, ma lei gli dice che il suo posto è tra la sua gente e che comunque gli starà accanto.
Il film finisce con lei che vede partire la nave.

Se c'è una cosa che la Disney è stata quella di sostituirsi all'atto del raccontare delle storie. Quali sono i veri nomi dei sette nani nella favola dei Grimm? Nessuno perché i sette nani non hanno nomi. E' chiaro che in un film ed essendo in sette, l'avere un nome era indispensabile.
Ecco, la Disney in questo caso si è sostituita alla realtà: Pocahontas è esistita realmente, ma mi chiedo quanti sono andati a cercare le sue vere origini?
All'epoca la storia d'amore, che era un po' come un Romeo e Giulietta divisi da due monti lontani, che molti ancora adesso ci credono, ma la realtà è ben differente.

SE DESIDERATE NON SAPERE NULLA, FERMATEVI.
Prima di tutto, quanti anni aveva Pocahontas all'epoca dell'incontro con John Smith? Nel film non viene specificata la sua età, ma la vediamo come donna. Ebbene nella realtà aveva 12 anni!!!
La scelta di farla più adulta è stata che se dobbiamo fare una storia d'amore, e mostrarla ai bambini, non possiamo mettere una dodicenne con un marinaio navigato di 27 anni! Sembrerebbe un pedofilo!



John Smith di Simon van de Passe (?), 1616
Inoltre non ci sono prove certe che ci sia stato amore, anche casto, tra loro due. E' vero però che gli ha salvato la vita e per due volte (la seconda nel 1608 avvertendo di un attacco nemico).



Pocahontas salva la vita di John Smith di Johann Friedrich Engel, 1921


Pocahontas salva la vita di John Smith di Edmund Ollier, XIX sec.


Pocahontas salva la vita di John Smith, 1870


Pocahontas salva la vita del capitano John Smith di Alonzo Chappel, 1861

Ed è anche vero che John Smith è dovuto ritornare in Inghilterra nel 1609 per una ferita da sparo.
Non ritornò mai più in Virginia.

La storia di Pocahontas continua come viene descritta un po' dal deludente Pocahontas 2: Viaggio nel Nuovo Mondo e dal film The New World di Terrence Malick. Dopo la partenza di John Smith, un altro colono arriva ed è proprio John Rolfe,  (nel seguito disneyano era un ambasciatore).  Sarà proprio lui a portarla in Inghilterra e a sposarla con il nome di Rebecca (fu battezzata).


Il battesimo di Pocahontas di John Gadsby Chapman, 1840


Il matrimonio di Pocahontas di Henry Brueckner, 1855
tratto dal libro Pocahontas: Her Life and Legend di William M. S. Rasmussen


I suoi tratti esotici attireranno molto l'attenzione degli inglesi e persino dei reali anche se nelle sue raffigurazioni verranno "assottigliati".
Solo l'incisione di Simon van de Passe del 1616  le è fedele.


L'iscrizione riporta anche il suo vero nome ovvero Matoaka. Pocahontas era un soprannome che indicava la sua indole vivace e significa "piccola svergognata".

Dalla sua unione con John Rolfe nacque un bambino, Thomas Rolfe ed è incinta del secondo figlio che morirà a 21 anni per malattia. Non si sa bene cosa la colpì, ma si pensa al vaiolo o a tubercolosi. Comunque, essendo una nativa americana, anche una banale influenza avrebbe potuto condurla alla morte.
Stava ritornando al suo paese.

Vi chiedete se John Smith e Pocahontas si incontrarono quando lei era in Inghilterra? Ebbene sì, ma non aspettatevi abbracci.

Per informazioni più precise andate pure dalla sua pagina di Wikipedia (clicca qui) dove ho tratto alcune informazioni riportate qui e devo dire che a una curiosità riportata, sono rimasta di sasso: Nancy Reagan, ex-first lady, è una sua discendente.


In suo ricordo poi è stata inaugurata nel 1922 una statua raffigurante lei stessa proprio a Jamestown.


Con le braccia aperte, sembra accogliere chi le viene vicino. Con i coloni inglesi è sempre stata accogliente e più volte li ha salvati dalla fame dando loro dei viveri. Ha persino accolto un nuovo nome e una nuova religione. Purtroppo lei non imparò mai a scrivere quindi non possiamo sapere cosa pensasse del battesimo, ma anche di John Smith e se amasse l'uomo che ha sposato, John Rolfe. Nel film di Malick sostiene che anche se ha cambiato nome e religione, il suo spirito rimane lo stesso.


Benissimo, spero di aver fatto luce, almeno un po'.
Non dico che bisogna rigettare ciò che magari si era amato però se siete giunti fino alla fine vi ringrazio.

martedì 27 dicembre 2011

L'albero (2010)



Ah e quindi tuo padre si è rifugiato in un albero? Ok, ma come farà d'ora in poi a mantenerci?


Siamo in una cittadina del Queensland nell'aperta campagna australiana e la famiglia O'Neal è felice finché  il padre muore improvvisamente.


La madre Dawn e i suoi quattro figli cercano di reagire al meglio delle proprie possibilità e la più sperduta è proprio Dawn.
Ognuno si isola nel suo dolore, ma sarà proprio la terza figlia, Simone di otto anni, a guidare gli altri anche se vista con sospetto. Infatti trova il conforto nell'albero del giardino, un splendido e maestoso fico (un Ficus macrophylla per essere precisi), convinta che l'anima del padre si sia "reincarnata" proprio in quell'albero.



E così ogni giorno gli parla, della scuola, della sua quotidianità e così è felice. Ha scelto di essere felice.


Ma qualcosa sembra voler intaccare questo rapporto: l'albero è immenso e le sue radici crescono a dismisura.
Come andrà a finire?


L'elaborazione del lutto di una persona cara è sempre una cosa delicata da trattare e si rischia di andare nel pietismo, nella melassa inutile e zuccherosa, nell'esasperazione della tragedia.
La regista di questo film, Julie Bertuccelli al suo secondo film, cerca di togliere strati invece di aggiungere e predilige lo sguardo di una bambina di 8 anni e con esso ci guida.
Anche le reazioni degli altri figli sono contemplate.


Quando si è più piccoli è facile credere che l'anima di una persona possa rifugiarsi in qualcosa che la stessa vada a rifugiarsi in qualcosa che la persona morta ha amato.
Quell'albero è lo stesso che ha visto la famiglia felice con diversi pic-nic.
Senza saperlo, la bambina ha uno sguardo a tratti animistico (come dichiara lei stessa, deve stare in mezzo anche ai morti e non solo ai vivi), uno sguardo che è pari a molti bambini.
A 8 anni si percepisce il mondo differentemente di quando si è adulti: tutto sembra avere una vita, un'anima.
Ma spesso questo sguardo può diventare totalitaristico, ossessivo ed egocentrico.
Comunque sembra che proprio i bambini siano molto spesso ad avere la bussola in situazioni dove molte volte gli adulti sono sperduti.



Tratto dal romanzo Our Father Who Art in The Tree (in italiano L'albero edito dalla Bompiani) della scrittrice e performer australiana Judy Pascoe e film di chiusura al Festival di Cannes 2010, vede un'ottima Charlotte Gainsbourg come attrice famosa interpretando Dawn che significa "alba". Lei però è un'alba incerta se sorgere o no. O meglio un'alba che ha perso il suo stesso sole.
E sarà questa bambina dai capelli dorati, interpretata da una convinta Morgana Davies, ad indicarle la strada anche con determinata ostinazione.
L'albero è un film intimista che parla di come la natura può lenire le ferite, anche dell'anima. Seppure di breve durata (96 minuti circa), è un film che dilata il tempo.
Notevole la fotografia che ci mostra aspetti dell'albero, di quella natura che in Australia ha ancora il pieno possesso.
Inoltre una cosa notevole è che non ci si è lasciati trasportare dal mondo fantasy facendo apparire così il tutto completamente irreale.
Si è prediletto il realismo perché tanto a condurre verso il fantastico c'è la bambina.

Consigliato il film a chi decide di lasciarsi guidare, a vedere il mondo con gli occhi di un bambino.


Qui un'intervista (in italiano) della regista  

domenica 25 dicembre 2011

All is full of love

Qualunque sia la vostra origine, la vostra posizione, se siete bambini o adulti, ricchi o poveri, di qualsiasi religione voi siete oppure se non ci credete, chiunque voi siate, alla fine è l'amore è che ci accomuna.




Ti daranno amore 
Si prenderanno cura di te 
Ti daranno amore 
Devi crederci 

Forse non dalle fonti 
Dove ci hai versato il tuo 
Forse non dalle indicazioni 
che stai fissando 

guardati un po' intorno 
E' tutto intorno a te 
tutto è pieno d'amore 
tutto intorno a te 

E' tutto intorno a te 
solo che non ne stai ricevendo 
tutto è pieno d'amore 
Il tuo telefono è staccato 
tutto è pieno d'amore 
Le tue porte sono chiuse 
tutto è pieno d'amore 

tutto è pieno d'amore 
tutto è pieno d'amore 
tutto è pieno d'amore 
tutto è pieno d'amore 




Tutto è pieno d'amore, devi crederci.

sabato 24 dicembre 2011

Natale tutto l'anno


Se comandasse lo zampognaro
che scende per il viale,
sai che cosa direbbe
il giorno di Natale?
“Voglio che in ogni casa
spunti dal pavimento
un albero fiorito
di stelle d'oro e d'argento”.

Se comandasse il passero
che sulla neve zampetta,
sai che cosa direbbe
con la voce che cinguetta?
“Voglio che i bimbi trovino,
quando il lume sarà acceso
tutti i doni sognati
più uno, per buon peso”.

Se comandasse il pastore
del presepio di cartone
sai che legge farebbe,
firmandola col suo bastone?
"Voglio che oggi non pianga
nel mondo un solo bambino,
che abbiano lo stesso sorriso
il bianco, il moro, il giallo."

Sapete che cosa vi dico,
io che non comando niente?
Tutte queste belle cose
accadranno facilmente.

Se ci diamo la mano,
i miracoli si faranno,
e il giorno di Natale
durerà tutto l'anno.

 
Gianni Rodari (Omegna, 1920 - Roma, 1980) è stato uno degli autori che mi hanno accompagnato durante l'infanzia. Aveva il dono della leggerezza e alcuni suoi libri me li ricordo come Il libro degli errori e La freccia azzurra ovviamente.
Era un uomo che parlava direttamente ai bambini. Sembrava quasi che lui stesso non fosse mai cresciuto un po' come Peter Pan.
Ecco cosa disse di lui Roberto Piumini, autore tra l'altro de Lo stralisco, un altro libro che ho molto apprezzato e che ne avevo già parlato qui.

La natura di Gianni Rodari è interessante:
barbe-capanne e orsi pescatori,
pantofole che crescono su piante
nuvole pazze e neve a colori,
monti in cammino e isole che vanno,
stelle di gatti e fulmini scagliati,
corse di tartarughe lunghe un anno,
cammelli saggi e nasi scambiati.
E mentre leggi, la tua mente ride,
danza e corre e vola qua e là,
immagina, partecipa, decide,
e inventa il gioco della libertà.
 
 
E' il mondo della libertà ed è ciò che vi auguro: sentirvi leggeri e liberi come bambini...



Peter Pan di Lele Luzzati, uno degli illustratori di Rodari

... non solo a Natale.


venerdì 23 dicembre 2011

Volete bene agli alberi?

Chi mi segue da tanto lo sa e per quelli che invece mi seguono da poco, lo ripeto: io amo gli alberi!
Immagino che molti di voi abbiano già addobbato l'albero di Natale.
Da piccola l'albero che avevo era finto e a me andava benissimo così: mi preoccupava molto cosa ne sarebbe stato di lui dopo il Natale. Tagliare un albero, addobbarlo per poi buttarlo via non era il massimo per me.
Purtroppo ci accorgiamo che ci sono degli alberi a Natale perché ci servono.
Questa tradizione è antica, addirittura pre-cristiana ed era di buon auspicio per la stagione fredda.
Gli alberi hanno rappresentato molto nella cultura antica. Non solo fornivano il legname come ancora adesso, ma erano considerati al pari degli dei.
Poi hanno cominciato ad essere divinità minori come le ninfe degli alberi, le driadi e le amadriadi (c'è una sostanziale differenza: le driadi potevano muoversi lontano dal loro albero mentre le amadriadi no vivevano dentro esso e morivano con esso).


La Driade di Evelyn de Morgan

Uscite da' vostri alberi, o pietose Amadriadi, sollicite conservatrici di quelli, e parate un poco mente al fiero supplicio che le mie mani testé mi apparecchiano. E voi, o Driadi, formosissime donzelle de le alte selve, le quali non una volta ma mille hanno i nostri pastori a prima sera vedute in cerchio danzare all'ombra de le fredde noci, con li capelli biondissimi e lunghi pendenti dietro le bianche spalle, fate, vi prego, se non sète insieme con la mia poco stabile fortuna mutate, che la mia morte fra queste ombre non si taccia, ma sempre si estenda più di giorno in giorno ne li futuri secoli, acciò che quel tempo il quale da la vita si manca, a la fama si supplisca. (da Arcadia di Iacopo Sannazaro)

Oltre ai greci anche le popolazioni celtiche rispettavano profondamente gli alberi tanto da creare un calendario che al posto del segno zodiacale, e con differenti giorni da quello che conosciamo, c'è un albero anche se io ne ho trovato due differenti: in uno sono un carpino e nell'altro una quercia.
Inoltre anche le popolazioni scandinave li rispettavano molto come l'Yggdrasyl ovvero l'albero cosmico.



(da un manoscritto islandese del 17simo secolo)

So che un frassino s'erge
Yggdrasill lo chiamano,
alto tronco lambito
d'acqua bianca di argilla.
Di là vengono le rugiade
che piovono nelle valli.
Sempre s'erge verde
su Urðarbrunnr

(Edda Poetica - La Profezia della Veggente)

La tradizione dice che l'Yggdrasil è un frassino, ma in alcuni tradizioni è un tasso o quercia. In origine rappresenta l'albero sul quale Odino (Ygg) rimase appeso per sacrificarsi nove giorni e nove notti e questo albero sorregge i nove mondi (per altre informazioni e per sapere dei mondi vi mando alla sua pagina di Wikipedia)

Potrei continuare all'infinito con altri esempi però una cosa si può dedurre: l'albero ha da sempre rappresentato l'uomo, inteso in senso generale e così anche il mondo: le radici che per nutrirsi devono stare sotto terra, il tronco che si erge, solido e poi i rami.
Ogni albero poi ovviamente ha la sua forma, ma alla fine queste sono le sue parti.

Vi lascio con dipinti di alberi in inverno.



Inverno di Ivan Shishkin, 1890


Paesaggio invernale con cervi e corvi di Heinrich Gogarten, 1893


Paesaggio forestale in inverno di Karl Roux


Paesaggio forestale in inverno di Conrad Alexander Müller-Kurzwelly


Tramonto nella foresta di Sophus Jacobsen, dopo il 1878


Rasputitsa (Mare di melma) di Alexei Savrasov, 1894


Nel Selvaggio Nord di Ivan Shishkin, 1891


Foresta in inverno di Konstantin Kryzhitsky


martedì 20 dicembre 2011

Se c'è chi crede in Dio, perché un bambino non dovrebbe credere a Babbo Natale?

-5 giorni al Natale.



Merry Old Santa Clause di Thomas Nast, 1881


Ai bambini viene chiesto se hanno scritto la letterina a Babbo Natale, poi quando sono più grandicelli viene detto loro che Babbo Natale non esiste e che a portare i regali sono proprio loro, i genitori.
Non so voi, ma secondo me Babbo Natale è molto più dei regali, per me è come un dio dei bambini. E a proposito, perché se c'è chi crede in Dio, non possono esserci dei bambini che possono credere a Babbo Natale? Forse perché per Babbo Natale è impossibile portare i regali in tutto il mondo anche avendo a disposizione tutte le migliori tecnologie e tutti i fusi orari?
Ma da quando in qua credere si collega a qualcosa che è fattibile?
Vi sembra fattibile (chiedo scusa se posso sembrare blasfema, ma è solo per fare un esempio) che Maria, vergine, abbia avuto un figlio?!!!
Oppure dicono che Babbo Natale è un "dio" infantile e ancora una volta questo aggettivo sembra essere dispregiativo, ma non ha forse più importanza il credere?
Molti adulti tendono a misurare in quantità e con questa caratteristica contagiono anche i loro stessi figli (Guarda quanti regali ti ha portato Babbo Natale. Vuol dire che sei stato tanto buono).
Perché per una volta non lasciate che siano i bambini a dire come è giusto che sia il Natale? La vedo un po' difficile perché molti adulti detestano essere corretti soprattutto da dei bambini.
Perché per una volta non sono i bambini a condurre i grandi verso il Natale? Magari questi stessi grandi ritroveranno uno stupore e una meraviglia che credevano perduti.

venerdì 16 dicembre 2011

I cinepanettoni non mi rappresentano



Brindate, brindate tanto non vengo. Questa volta non mi avrete


E così, puntuale come l'influenza, arriva il cinepanettone. Già i canditi del panettone non mi piacciono tanto se poi stiamo anche ad analizzare gli "ingredienti" del cinepanettone, crollo in preda a un'indigestione fulminea.
Ormai non se ne può più tanto le cose non cambiano, la trama è sempre quella.
Ma allora perché la gente va a vederlo?
Alcuni mi dicono perché vogliono ridere e non ne vogliono sapere di film impegnati. Già questa distinzione tra film leggeri e impegnati mi fa rabbrividire: alcuni film anche se leggeri, possono rivelare un'anima impegnata. E poi ridere. Ma di cosa?
Il cinepanettone è una delle poche cose che escludo a priori. Di solito prima di dire qualcosa, tasto, provo anche a costo di dire ehm no, potevo a farne a meno. Ma col cinepanettone mi sono sempre tirata fuori finché il 31 dicembre 2010, quasi un anno fa quindi, sono stata costretta a vederlo. Costretta perché i due amici della mia amica avevano prenotato per un film divertente senza neanche dirci il titolo.

In quelle due ore ho fatto un viaggio nei gironi infernali e non avevo neanche Dante o Virgilio ad accompagnarmi. Beatrice poi non ne parliamo, lei sta nel Paradiso.

E poi sento dire, mi sa da Christian De Sica, che i film cinepanettone sono quelli che rappresentano al meglio gli italiani per questo la gente li va a vedere. Benissimo, le cose sono due: o io non sono italiana oppure non sono quel tipo di italiana.
Opterei per la seconda: io non accetto di essere rappresentata in quel modo e questo non vuol dire che io sia una tutta casa e chiesa, che non dice mai le parolacce, che non fa figuracce, insomma non sono una santarellina. Sono solo una ragazza che non accetta di essere rappresentata da uno stupido stereotipo.
Poi va a dire che le oscenità sono sempre state usate. Giusto e sin dall'antichità. Avete mai letto Lisistrata di Aristofane (drammaturgo dell'Antica Grecia)? Se non l'avete fatto, provateci: è pieno di allusioni sessuali divertenti. Ma allora non erano gratuite e avevano persino un senso perché c'è una storia dietro.
La storia di questo film qual è?


Qui quello che ho scritto riguardo a Natale in Sudafrica:

Riflessioni sull'arte tratte da Dylan Dog




Intervistatore: Allora Charlie... Vorrei cominciare da una recensione di Geoffrey Fuffs al tuo ultimo libro: "I giovani prendono Chivazky come la legittimazione letteraria di ogni disgusto esistenziale..." Che mi dici in proposito?
Charlie Chivazky: Vedi, Ben, credo che ci sia un equivoco alla base del ragionamento dell'esimio Fuffs... Fuffs parla come uno che si aspetta qualcosa dagli scrittori. Arte, cultura... Cavolate del genere. Ha un'alta concezione della scrittura, il che è profondamente sbagliato.
I.: Beh... La letteratura nasce dall'ingegno umano... esprime le nostre aspirazioni, i nostri sentimenti... I letterati sono artisti. O quantomeno dovrebbero esserlo.
C.C.:  Va bene. Cos'è lo scrittore nella concezione popolare? Uno che ha fantasia. Ma in concreto cos'è la fantasia?
I.: Beh... La fantasia non è esattamente concreta... E' un po' difficile da definire.
C.C.: Sbagliato. Gli antichi greci, per esempio avevano le idee chiare in proposito.
I.: Gli... antichi greci?
C.C.: Certo. Scusa se parlo degli antichi greci, Ben, lo so che non fanno audience. Però se vuoi posso mettermi a ruttare, o a dire a un noto critico che può anche andare aff...
I.: (interrompendo perplesso e imbarazzato) Ehm... Sono sicuro che al nostro pubblico interessa sapere degli antichi greci, Charlie.
C.C.: Mmm... Okay. (serio) Quella che noi chiamiamo ispirazione i greci la chiamano zeia mania... Un'espressione che potremmo tradurre all'incirca con "divina follia"... Per i greci lo scrittore era un invasato. (voce fuori campo) Era un posseduto degli dei...o, se preferite, dei demoni.
I.: (toccandosi il nastrino sogghignando) Mmm... Quindi scrivere sarebbe un atto liberatorio? Scrivere significa liberarsi dei demoni?
C.C.: (ancora più serio e colpendosi il palmo sinistro con il pugno destro) Risposta sbagliata, Ben. E' esattamente il contrario. Significa tenerseli dentro... Imprigionarli. Vedi bello, il fatto è che viviamo in un mondo schifoso. Respiriamo gas tossici, ci arrabattiamo per pagare con le tasse gli yacht e i gioielli dei nostri uomini politici... Abbiamo droga, aids, code ai semafori... E siamo tutti sotto pression. Siamo tutti posseduti dai demoni. Per liberarsene, c'è chi prende una pistola e massacra un po' di gente in metropolitana, c'è chi si inietta porcherie nelle vene, chi tortura i cani, e c'è chi butta i figli dentro un cassonetto della spazzatura... Lo scrittore, invece, scrive, Tira fuori i demoni e li imprigiona sulla pagina, tra le righe. Li schiaccia là sopra e loro sono in trappola.
I.: Allora, Charlie... Per te l'arte non è una forma di elevazione dello spirito umano?
C.C.: (contrariato) Naah... Se voglio elevarmi, metto le scarpe con il rialzo. Scrivere è solo una questione di sopravvivenza.


Oggi ho comprato l'albo n°114 di Dylan Dog, La prigione di carta e sono rimasta stupita da questo dialogo. Abbiamo qui un'intervista televisiva tra l'intervistatore e lo scrittore, Charlie Chivazky. Stupita da ciò che dice lo scrittore, dalla sincerità delle sue parole anche se scomoda.
Molti hanno una visione romantica di colui, o colei, che è artista e spesso si chiedono quale processo mentale li muove per poter creare, un po' come se si chiedessero quale ingranaggio comincia a far funzionare tutta la macchina.
Ma come dice è una questione di sopravvivenza.
Comunque molti alla fine chiedono il motivo, ne sono quasi ossessi quasi che quel motivo possa fare la differenza.

piccola nota: chi chiede a Charlie lo chiamerò X, se rivelassi il nome potrei svelare qualcosa.

X: Charlie... Com'è che si diventa scrittori?
C.C.: Vedi, amico... Non c'è una risposta valida per tutti. Ognuno ha le sue motivazioni... Io ho le mie.
X: Va bene, amico, non voglio una risposta universale. Voglio la tua. Dimmi com'è che tu sei diventato scrittore.
C.C.: Beh, sai... Gli antichi greci, che di queste cose se ne intendevano, avevano una loro teoria per l'ispirazione... Dicevano chce l'ispirazione era una "zeia mania", una "divina follia"... Per loro "ispirato" voleva dire "posseduto dai demoni della creatività". Il punto è: dove si trovano questi demoni?
X: Già... Dove si trovano?
(preferisco finire qui: potrei svelare qualcosa di più e nel dubbio preferisco non andare oltre)

I demoni della creatività... Essere posseduto (avevo già parlato di possessione nella mitologia greca e precisamente della ninfolessia)... Quando sentiamo la parola "demoni" spesso ci vengono in mente gli affini dei diavoli, ma nella mitologia greca si parlava essenzialmente dei daimon o esseri divini, pure immagini che fungono da intermediari tra il mondo divino e quello degli uomini. Ecco chi sono gli essere demonici. In alcune tradizioni, Eros è un daimon figlio di Poros (la risorsa) e Penia (la povertà).


Passiamo però a un altro dialogo e questa volta tra lo scrittore e Dylan Dog che avverrà verso la fine. Niente paura, non spoilerizzo. Non riporterò tutto quello che potrebbe rivelare qualcosa della trama.

DyD: Allora vuoi farmi credere che quello che hai detto nell'intervista, lo scrittore che combatte con i demoni eccetera, non era una sparata per fare colpo sul pubblico?
C.C.: Certo che no! Vedi, amico, scrivere è molto più che mettere parole in fila su un foglio. Se tu scrivi, non importa come tu consideri la cosa... Puoi scrivere pensando all'arte. Alcuni lo fanno. Puoi scrivere pensando alla fama... Questo è quello che fa la maggior parte degli scrittori. Molti pensano a scrivere per i soldi, anche se non lo dicono... Ma la verità è che lo scrittore non sa per quale motivo scrive. Scrive perché deve... e perché non conosce un altro modo per affrontare i propri demoni.
DyD: Mah... Non sono sicuro di capire, Charlie.
C.C.: Non importa, amico. Capirai. Tornerò a trovarti.


E con quest'ultimo dialogo finisco il post.
Alla fine, perché lo facciamo?
Per necessità, perché ci è indispensabile. O forse non è neanche questo il motivo.
Facciamo. Punto e basta.



P.S.: Charlie parla che l'arte non è un'elevazione. Secondo me chi vuole fare arte deve giostrarsi sia nell'alto sia nel basso, sia nel cielo sia nella terra. Non può escludere uno dei due elementi.

lunedì 12 dicembre 2011

Le donne per le donne e non solo...

Dopo 10 mesi, le donne di Se non ora quando? sono ritornate in piazza e così anche a Ravenna.
Così come ho partecipato l'altra volta (clicca qui) anche questa volta mi sono fatta avanti ed ero avanti visto che ero in prima linea con il manifesto.

foto presa da Ravennanotizie. Io sono quella che sta portando il manifesto con sfondo bianco e sopra colorato. Sto portando il "se"


Le strade erano piene, come si può immaginare, di persone che andavano a comprare regali e noi eravamo lì ancora. Non siamo mai andate via.
Non è stata solo un'occasione per ricordare di tutte le iniquità che ancora ci sono per le donne, ma anche di ricordare che se ci sono dei tagli, questi però non vanno ad intaccare per esempio i servizi militari.
Vi lascio al video di ravenna web tv dove compaio anch'io




A dir la verità non sapevo che era una manifestazione itinerante (negli incontri precedenti con l'organizzazione non sono riuscita ad andarci) e così avevo preparato un discorso. Visto che sarebbe stato impossibile dirlo a quella telecamera per i tempi corti, ve lo scrivo qua sotto:


Secoli fa, le donne erano educate solo per sposare il miglior partito in circolazione. Uomini facoltosi guardavano giovani ricche e inesperte del mondo come vacche da riproduzione e le misuravano il bacino: doveva essere il contenitore per un erede, preferibilmente maschio e di buona salute.
Secoli fa, le donne servivano come muse ispiratrice, ma se avevano attitudini artistiche, erano viste con sospetto e non bastava avere il padre famoso come le pittrici Artemisia Gentileschi o la nostra concittadina Barbara Longhi (è ravennate infatti. Potete vedere le sue opere qui verso la fine).
Secoli fa le donne povere, se volevano essere colte o anche mangiare, finivano per diventare cortigiane.
Le donne si sono dovute impegnare il doppio per ottenere anche solo la metà e questo succede ancora adesso. Il sesso fa ancora differenza.
E poi, perché per dire di una donna tosta si dice che ha le palle?!
Cos'ha che non va la vagina? La trovate debole, priva di significato?
Noi donne non ci dobbiamo vergognare di essere nate in questa forma e che gli uomini che sottomettono in tutti i modi le donne, si ricordino che nel loro patrimonio genetico hanno l'X, il cromosoma femminile.
Lilith è scappata da Adamo perché non la riteneva sua eguale ed è stata tramandata come un demone.
Giovanna d'Arco, per comandare uno stuolo di uomini, si è dovuta tagliare i capelli e così, come molte altre donne nel passato e ancora adesso, ha dovuto rinnegare la sua stessa femminilità.
Quale sacrificio per essere al pari degli uomini.
Ma credete davvero che la femminilità sia tutta fiori e smancerie? Guardate negli occhi di una donna tenace, che non si arrende, che ha accettato tutto di se stessa e vedrete una forza che non è paragonabile a nessun muscolo da culturista.


Cos'altro posso dire?
Vorrei specificare un'ultima cosa agli uomini: che non si sentino discriminati oppure anche esclusi da queste manifestazioni.
Non è contro di loro che ci muoviamo o meglio io (parlo per me perché delle altre non so, ma credo che sarebbero d'accordo) o almeno non in senso generale.
Mia Martini cantava che Gli uomini non cambiano però alla fine diceva che gli uomini che cambiano sono quelli innamorati.


Se anche voi volete dire qualcosa, commentate pure. Sia chiaro che l'educazione però è importante anche per dire ciò che è contrario.


Aggiornamento 13 dicembre 2011:

Ecco altre foto


questa stessa foto, dove mi si vede molto bene, compare anche nel sito di Ravenna e dintorni (clicca qui) dove poi ci sono anche le altre foto.




ed ecco un video dove si possono vedere bene anche i messaggi lasciati




Su Internet ho letto che questa seconda manifestazione è passata un po' in sordina soprattutto rispetto a quella di febbraio. Se mi permettete, dico che essere tante o poche ha un'importanza relativa. E' la voce di ognuna che ha importanza, anche una voce muta dettata solo dalla presenza fisica. Poi è importante se si riescono a raggiungere le altre persone, non solo donne.


domenica 11 dicembre 2011

Parigi val bene un viaggio. O no?

Sono arrivata adesso dal cinema: ho visto Midnight in Paris, l'ultimo film di Woody Allen. Mi sono divertita come non mai.



Ho con me il messaggio finale (quale? guardatelo) e adesso stavo riflettendo ad una cosa: Parigi è diventata la nuova India?!
Avete dei problemi sentimentali? Vi sentite nei guai con il lavoro? I vostri amici non vi comprendono più? Oppure vi sentite così tremendamente soli che vorreste solo sparire?
Lasciate perdere l'India: è troppo lontana. Andate a Parigi perché Parigi ha la chiave. Quale?




E andate a Parigi dove tutto è un sogno, ma poi ci si deve svegliare o no? E allora tutto rientra ancora nella terribile realtà quotidiana? Allora scusate che cosa vi ha insegnato Parigi? Oppure cosa ancora più importante: si deve per forza andare a Parigi per scoprire realtà che sono dentro di noi? Se vi è necessario andateci, ma rendetevi conto che quel viaggio lo state compiendo in realtà dentro di voi.
Certo Parigi è bella da vedere, ci sono tantissime cose, ma se ci andate solo perché aspettate l'illuminazione provate a guardare l'angolo della vostra casa. Forse la troverete anche lì.
Magari volete rivoluzionare la vostra vita, mollare tutto e va benissimo, ma prima provate a guardare il vostro angolo. E' lì e state pur certi che non si muove. Guardatelo e provate a vederci in mezzo.
Non siete convinti? Va benissimo andare a Parigi: spesso si deve realizzare il proprio percorso per riconoscerlo, ma tenetevi stretto il messaggio con voi. Non lasciatelo andare via.





Mi raccomando.


P.S.: L'amore del protagonista per Parigi di notte mi fa pensare all'amore per la mia città di notte. Dite che Ravenna non è come Parigi? Può darsi, ma io vivo qui a Ravenna e di notte è davvero stupenda. E poi chissà magari un giorno incontro Galla Placidia, Lord Byron, Klimt, Dante Alighieri, Teodorico, Odoacre, Amalasunta, Jung, Guidarello Guidarelli, Oscar Wilde ecc..., tutte personalità che hanno toccato il mio stesso suolo.

sabato 10 dicembre 2011

Interstella 5555 - The 5tory of the 5ecret 5tar 5ystem



Siamo in un pianeta lontano della Galassia. No, non siamo in Guerre Stellari.
Allora, siamo in un pianeta lontano della Galassia e tre uomini e una donna blu...



No, non siamo neanche su Pandora. Questo è successo molto prima di Avatar.
Per l'ultima volta, siamo in questo pianeta lontano della Galassia e tre uomini e una donna blu suonano e cantano nei Crescendolls. Ebbene sì anche in altri pianeti esistono le band musicali.



Sembra andare tutto per il meglio, tutti sono felici, ma qualcosa deve andare storto sennò che gusto c'è di guardare il film se tutto va per il meglio?
Allora qualcosa va storto perché degli esseri addormentano tutti col gas e rapiscono i quattro musicisti.



Per far cosa non si sa, ma intanto degli altri abitanti, appena svegli, mandano un sos sottoforma di chitarra ad un eroe lontano: è nella Galassia.
Riuscirà il nostro impavido a salvare i quattro musicisti? Che cosa vorranno fare di loro quegli esseri? Perché li hanno rapiti? Ma soprattutto... riuscirà il nostro eroe a confessare il suo sentimento d'amore verso la bella bassista?




I Daft Punk, formati da  Guy-Manuel de Homem Christo e Thomas Bangalter, che fanno anche una comparsa nel film, hanno  incantato critica e pubblico con il lavoro di debutto del 1997 Homework e soprattutto con il brano Around the World dal quale è stato realizzato un videoclip con la regia di Michel Gondry, regista poi di Eternal Sunshine of a Spotless Mind, L'arte del sogno...) e considerato uno dei migliori videoclip in assoluto,



e quattro anni dopo si buttano su Discovery





 La particolarità dei due componenti è che sono si fanno vedere vestiti da robot.



eccoli qui nel film: Thomas e e Guy Manuel

Questa la loro motivazione: "Ci fu un incidente nel nostro studio. Stavamo lavorando con il sampler e questo esattamente alle 9.09 del 9 settembre 1999, esplose. Quando riprendemmo conoscenza, ci accorgemmo che eravamo diventati dei robot".
La loro musica è incentrata molto su quella tecnologica ed elettronica con richiami dance e anche house. Però vi posso assicurare che la loro musica non è solo quel martellante tunz tunz, ma ha delle sue sfumature particolari.
Immagino che più o meno tutti voi li abbiate sentiti in quell'anno soprattutto grazie al tormentone One More Time




Come potete vedere il videoclip è realizzato a mò di cartone animato. Mi ricordo che allora andava molto realizzare i videoclip così un po' come successe anche con la band Gorillaz.
Ma mentre quest'ultima band è stata ideata da Damon Albarn dei Blur, il videoclip qui sopra è solo il primo frammento di un film vero e proprio. Un film con una storia costituito interamente da videoclip quindi non ci sono dialoghi, ma solo la musica dei Daft Punk.
Attenzione però perché i brani musicali non accompagnano a casaccio le immagini, ma ne creano l'atmosfera, ne sono in pratica una parte integrante che non potrebbe esistere senza quelle immagini e viceversa.
A volte poi capita che il brano che si sentite è quello cantato da uno dei protagonisti come succede in One More Time oppure ascoltato come in Digital Love.
In più oltre a brani cantati ci sono anche pezzi strumentali.

C'è però un'altra cosa da dire e credo o che lo sapete già oppure che l'avete capito da come sono realizzati i personaggi: il character design è di Leiji Matsumoto, ideatore di alcune delle serie anime degli anni '70 più importanti come Capitan Harlock e Galaxy Express 999.





Capitan Harlock...

e i Crescendolls: le strutture fisiche sono pressoché identiche


e Galaxy Express 999.



Attendevo con ansia ogni videoclip e li registravo anche. Purtroppo i videoclip, ad eccezione del primo e del secondo ovvero Aerodynamic, non venivano trasmessi con regolarità e la notizia del film in uscita slittava sempre.
Nel 2003 venni a sapere che il film sarebbe finalmente uscito nelle sale e come potete immaginare ero entusiastissima, ma a causa di una cattiva distribuzione, era quasi introvabile.
Così per vedere finalmente tutto, come finiva la storia dovetti aspettare il dvd.




Il riassunto del film l'ho voluto fare in maniera ironica, ma lo consiglio fortemente agli appassionati e forse anche quelli che non lo sono lo possono vedere perché la narrazione è molto fluida e anche se qualcosa sembra essere aggiuntivo, poi si capisce il suo perché.



C'è un brano che rimane impresso ed è Harder, Better, Faster, Stronger. Ha delle musicalità quasi distorte e robotiche e vedendo il videoclip (qui sotto un'immagine) si capisce il perché.





P.S.:  Il cd mi piacque così tanto che ad una prova di Pittura all'Accademia di Belle Arti si doveva dipingere la copertina del nostro cd preferito e indovinate cosa scelsi? Ovviamente Discovery. Non è stato affatto semplice realizzarlo perché la cosa più difficile fu quella di realizzare le sfumature plumbee, quasi liquide, e le luci che contornano le scritte. Se trovo la foto la scannerizzo e la inserisco qui sotto.
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