lunedì 5 ottobre 2009

Kindergarten

Il mio terzo laboratorio non-scuola, Kindergarten, è basato su Giochi di famiglia di Biljana Srbljanovic, una autrice serba (Belgrado, 1970). Questo testo è la sua seconda drammaturgia, risale al 1998 ed è stato rappresentato con successo in Germania.
Chi sono i protagonisti? Gli attori sono adulti che giocano a fare dei bambini che giocano a fare gli adulti, come dice l'introduzione al testo, e sono quattro: Nadezda, Vojin, Milena e Andrija. I bambini sono: Nadezda, 11 anni, è una bambina che suscita repulsione negli altri con una serie di tic incontrollabili che le sconvolgono corpo e viso, rimane muta ed è il cane; Vojin, 12 anni, è vestito da perfetto padre di famiglia; Milena, 11 anni è la madre e Andrija, 10 anni, è il figlio.

Questo nel testo originario, ma noi con molte più persone, abbiamo prima preso il testo, interpretato per poi assecondarlo secondo le nostre esigenze e così i bambini si alternano, non ci sono ruoli prestabiliti e si passa da un ruolo all'altro con la stessa facilità che hanno i bambini quando giocano alla famiglia.

Abbiamo creato un inizio dove ognuno di noi era una bambina con il suo grembiule da elementari e il fiocco blu, con le guance molto Heidi, le code di cavallo laterali e la bocca a forma di cuore. Ognuna di noi usciva dal sipario raccontando il proprio voto di scuola e io mi sono basata su uno reale quando ho ricevuto dalla mia maestra di matematica "Più che Ottimo", poi ho menzionato che me l'ha scritto sul quaderno, cosa vera ma per quanto riguarda un'interrogazione di storia, e infine la solita richiesta di un bambino: un giocattolo.
Quando sono uscite tutte le ragazze abbiamo detto a manetta il nostro voto. Poi un segnale e cantavamo in playback una canzone dello Zecchino d'Oro, Il generale Giovanni, che ridicolizzava il potente allo stesso modo che il bambino grida "Il re è nudo!" ne I vestiti nuovi dell'Imperatore di Andersen.
Eravamo tutte sorridenti, ma ciò che sembrava una recita di bambini alla fine si è rivelato per quello che è: un gioco ai tempi della guerra. Dopo essere stata pronunciata l'introduzione, la chiave dello spettacolo, noi ci togliamo il grembiule stravolgendo con la mano il trucco e dietro vengono scaraventate sedie. Le prendiamo e le mettiamo in ordine. Il vero gioco comincia.
Siamo in una periferia di Belgrado lì dove i bambini osservano gli adulti, assimilano e ripropongono i loro "giochi".
In questi giochi si muore presto e continuamente tanto poi si ritorna a giocare ed è facile avere con sè una pistola e puntarla dritto al proprio compagno di giochi.
Nel testo sarà proprio Nadezda, il cane, a diventare il capro espiatorio, quella che più ci rimette in questo gioco, ma nel nostro spettacolo tutti diventano vittime.

In questo laboratorio, io assumo vari ruoli così come gli altri. All'inizio io sono il padre, dispotico e tiranno, che non esita a cinghiare il proprio figlio (naturalmente lui non era sotto di me, ma nascosto dalla mamma) e che fa la spia per far licenziare la moglie.
I ruoli cambiano, arrivano altri bambini, c'è il problema del cane che mangia a sbafo e non fa mai niente e ognuno propone il suo metodo e io sostengo che i migliori ossi da dare sono quelli dei dinosauri.
Poi ci chiniamo a terra, siamo tutti i cani e una ragazza sale sulla sedia, prende il microfono gelato e con rabbia denuncia di quanti civili vengano uccisi in guerra facendo riferimento all'allora Presidente degli Stati Uniti, Bush junior.
Ma il gioco deve continuare e così alla fine sono la madre, premurosa, che si sottomette al marito e che ha cuore la sorte della figlia, ma ancora di più quella del marito.

Tragicamente finisce lo spettacolo: il marito muore per ciò che desidera la figlia, sposarsi e avere un figlio, io urlo disperata e vengo uccisa dalla figlia. Il cane, che prima era oggetto di "Lo mangiamo o non lo mangiamo? E se sì, come lo cuciniamo? E con cosa?" scappa con la figlia. Viene un'altra bambina. E' terrorizzata, ha fatto un incubo e tutti, tranne io e il marito che siamo già morti, la ascoltano incuriosita. Dice di aver sognato di aver ucciso i suoi genitori e ad ogni sparo, tutti gli altri muoiono. Poi si punta la pistola in bocca e muore.

C'è ancora un'altra ragazza, esce dalle quinte e vede tutti noi morti. Ci tasta prima e urla "Svegliati, mamma. Svegliati, papà. Farò la brava se vi svegliate."

Testo molto allegro, eh?

Qui sotto vi posto alcune mie foto di scena fatte dallo stesso ragazzo che ha fatto le foto nel mio primo laboratorio quindi non ricordo.


Che padre che sono, eh?

Eh sì, gli ossi dei dinosauri sono i migliori.

Ed eccomi in veste di madre premurosa
"E fai bene perché la ripresa economica potrebbe riprendersi." Così rispondo a mio marito quando dice che risparmia, che è un vero uomo di casa. So che questa frase non ha alcun senso, ma ho pensato che, visto che giochiamo letteralmente, si sarebbe potuto giocare con le parole.

Mio marito è morto.

Ormai sono un'esperta degli urli

Molte foto non le ho potuto mettere perchè si vedono distintamente gli altri miei compagni. Qui si vedono alcuni visi, ma non si riconoscono perfettamente. Non mi va che persone siano introdotte senza avere il loro permesso.

Il laboratorio è stato rappresentato l'8 marzo 2005 al teatro Rasi e le guide sono sempre Antonio Rinaldi e Eugenio Sideri.

Biljana Srbljanovic ha anche scritto sul quotidiano La Repubblica, nel 1999, un diario di guerra dalla sua Belgrado.

Il prossimo post sarà sulle illustrazioni per la Mostra degli illustratori che ho scartato.

giovedì 1 ottobre 2009

Grandi novità

Ho due notizie importanti da darvi e a livello teatrale:
1) Il 12 aprile ci sarà un provino per un ruolo nello spettacolo "L'Avaro" del Teatro delle Albe. Ma ci sarà una concorrenza spietata visto che ci sono circa 250 ragazze!!! Così mi è stato detto.
Più che provino sarà una giornata di lavoro dalle 12 alle 20. Ancora non so come faranno.
2) A maggio 2010 ci sarà una rassegna teatrale Ravenna viso in aria che permette di dare visibilità agli artisti che vogliono presentare i loro lavori teatrali e io ne ho uno che a gennaio 2009 ho voluto portarlo al concorso Lo Scenario che è dedicato ai giovani teatranti. Purtroppo non sono andata avanti perché il mio lavoro presentava delle ingenuità. Era in quelli "forse da mandare" e c'erano degli altri avanti a me così non ho potuto precedere. Ma non mi sono data per vinta, questa drammaturgia era già una cosa che volevo rappresentare e così ho cambiato, ho aggiunto, ho tolto e perfezionerò ancora. Mi rendo conto che da questa rassegna posso ricevere critiche positive oppure delle vere e proprie legnate, ma io m'impegnerò e farò del mio meglio. Scusate se ancora non ho detto niente di questa mia dammaturgia e se ancora non vi espongo qualcosa, ma mi rendo conto che c'è da tutelarlo, non verso di voi, ma verso i malintenzionati.
Naturalmente quando saprò qualcosa di più, e quando avrò fatto questo provino, vi farò sapere qualcosa.

lunedì 28 settembre 2009

Il talento

Che cosa misteriosa il talento: non lo si può prevedere, arriva e ti sconvolge la vita. Credo che il talento sia molto affine all'amore.
Da cosa nasce la parola 'talento'? 'Talento' deriva dal greco "talenton" che indica il piatto della bilancia e già nell'antichità il talento era qualcosa di peso poiché in antichità, di preciso ad Atene, il talento era la moneta base, tra le undici monete del sistema monetario introdotto da Solone. Ed era pesante il talento. Pesava infatti a 26 kg e perciò veniva utilizzato solo nelle grandi transazioni ed equivaleva a 2,84 euro.
Adesso invece con la parola 'talento' si intende solo quella forza misteriosa che consente di realizzare e di creare, ma ci sono dei pregiudizi su questa capacità.
Prima di tutto che il talento sia esclusivamente qualcosa di artistico. Non è vero. Il talento può risiedere in tantissime altre cose. Per esempio una persona può avere il talento per capire chi sta mentendo.
Alcune persone, ingannate dall'idea della fama, dicono che non hanno nessun talento. Eppure se queste persone provano a pensare, a ricordare forse troveranno una cosa che riescono a farla meglio di tutti. Avete presente quando a voi una cosa viene facilissima e invece gli altri impiegano ore e magari non ce la fanno neanche? In quella cosa risiede la scintilla del talento.
A volte alcuni genitori sono dubbiosi sulle attività da fare al bambino e così lo mandano a fare sport e altre attività noncuranti dei desideri del bambino. Avrei un consiglio da dare a questi genitori: per sapere in che cosa il bambino può esprimere se stesso, lasciatelo da solo e osservatelo. Sarà lui a farvi capire che cosa vuol fare poiché per lui quel talento sarà un richiamo irresistibile. Dopotutto, come diceva Wolfgang Goethe "Il talento si forma nella quiete, il carattere nel fiume della vita umana."
Poi il talento, per esprimersi, ha bisogno dei suoi tempi che non sono uguali a quelli degli altri. Proviamo ad immaginare il talento come a una piantina. Ogni pianta ha bisogno del suo tempo per crescere. Se proviamo a prenderla e cercare di farla fuoriuscire prima del tempo, la pianta verrà fuori sì però sarà debole e si affievolirà quanto prima.
Inoltre una cosa è avere un talento, un'altra è avere il coraggio di seguirlo poiché la strada a cui porta è sconosciuta proprio come dice Erica Jong: "Ognuno ha talento ma è raro trovare il coraggio di seguire il proprio talento fino all'oscuro luogo in cui esso conduce."
Parlando del talento non si può non pensare al genio, forza più misteriosa e ancora più imprevedibile. Ma come si distingue il genio dal talento? Credo che lo scrittore svizzero Henri-Frédéric Amiel ci possa venire in aiuto dicendo che "Fare facilmente ciò che gli altri trovano difficile è talento; fare ciò che è impossibile al talento è genio."
Penso che il genio sia una cosa semplice (attenzione: semplice, non facile), quella cosa che fa dire: "Mannaggia, ma è vero! Come ho fatto a non pensarci prima?" e ha il potere di cambiare il mondo. Come nasce il genio non lo so e neanche come nasce un talento. E' come chiedersi il perché nasciamo, ma una cosa credo di sapere: che il più grande talento è riconoscere il proprio perché in questo mondo di facili illusioni, riconoscere il proprio talento è un qualcosa di rivoluzionario, almeno per chi ce l'ha.

venerdì 25 settembre 2009

Illustrazioni

Ce l'ho fatta!


Ho sudato, ma ce l'ho fatta.

Dovete sapere che oggi ho spedito le cinque illustrazioni per partecipare alla Mostra Illustratori che ogni anno si tiene a Bologna nella Fiera del Libro. Ogni illustratore, professionista ed esordiente, può partecipare gratuitamente alla selezione con 5 illustrazioni fiction o no-fiction. Inoltre la partecipazione dà diritto ad un pass gratuito per visitare la Fiera.

Ebbene, ho faticato, ho consumato fogli a decina e anche di più, sono andata a letto anche tardi più volte. Non c'era un tema, ma non è questo quello che più mi ha bloccata, ma a chi sono dirette le illustrazioni: ai bambini.

Ora, le mie illustrazioni hanno sempre un qualcosa di inquietante anche quando si tratta di una cose innocenti e poi le illustrazioni dovevano essere correlati e quindi cinque illustrazioni correlate. A volte mi era venuto in mente un disegno che poteva essere perfetto. Benissimo e poi? Come continuiamo?

In gran parte erano bambine che si trasformavano in albero e c'erano alcuni spezzoni che andavano bene. Ancora prima pensavo a creare degli ibridi. Sì e poi? Idee abbandonate. Poi alla fine ho, quasi, puntato sulle maschere e così ero decisa di inviare quelle. Era il racconto di una maschera ad una donna fatata e parlava della fabbrica delle maschere con il padre operaio che usciva con una maschera corrucciata e di sua figlia intimorita di lui, di un ragazzino che vendeva maschere come se fossero dei palloncini, di una donna che, appena sveglia, era indecisa di quale maschera mettersi e di un ragazzo con una maschera in mano che l'ho identificato subito come Amleto. Stavo per finire di ripassare (avevo già compilato il modulo) quando ho visto queste immagini e mi sono detta che non mi rappresentano. Non per il tema, ma per il segno poiché mi sembrava troppo statico.

Ok, re-impugno penna e matita e provo, faccio schizzi e infine viene ancora fuori la storia della Donna-Albero, ma questa volta è una danzatrice che accortasi che una radice la sta possedendo, fa prima una smorfia, poi decide di continuare a danzare e con un slancio finisce la sua danza, ormai divenuta albero. E tutto questo ieri su un pullman per andare a Ferrara per vedere uno spettacolo teatrale.

Stamattina re-re-impugno la penna per ripassare gli schizzi e già al primo tratto dico di no. Ormai ero in crisi nera, la scadenza è il 2 di ottobre e io ancora non ho uno straccio di illustrazione! Guardo un attimo Bonnie, la mia coniglietta e mi dico: "Ma ce l'ho già l' idea, è lei." E così faccio Bonnie. Cerco foto sue, ma l'album con tutte le sue foto non le trovo e così prendo Bonnie e la volto per ritrarla in cinque posizioni. Solo che non è semplicemente Bonnie, è una coniglietta con arti umani che era già un'idea apparsa quando volevo fare ibridi. Perfetto, ho cinque illustrazioni. Come le intitolo? Alla fine decido che sono foto di una bambina, una bambina un po' particolare. Benissimo, ci sta. Un po' inquietante anche questo, ma nessuno può resistere di fronte a Bonnie e dico proprio nessuno. Basti pensare che il quadro su Bonnie, 90 x 90, quella dalle "guanciottone" era esposto nella vetrina della mostra e tutti lo guardavano e i bambini incollavano i loro visi alla vetrina. E così l'ho fatta. Però poi penso: il tratto non è perfetto e lo trovavo troppo semplicistico. Ma soprattutto un'altra cosa: vedere un cucciolo o almeno qualcosa che è soffice e rotondo e con le "guanciottone" scatena subito il morbo del "Che cariiiiiiiiiiiiinooooooooooooo!!!!!!!!!"e se c'è una cosa che trovo spesso nelle illustrazioni per bambini e che non mi piacciono è che li si tenta con queste immagini che scatenano questi sentimenti che non tollero e così non volevo permettere che anche Bonnie rientrasse nell'elenco che include anche Hello Kitty!

Sento già Bonnie che mi fà di no, lei tutta rotonda e pelosa che alla sua prima uscita in un giardino ha rincorso un gatto grosso e rosso che l'aveva adocchiata e che ti rimane attaccata quando morde.

Scusate, sto divagando ed eccovi infine le illustrazioni che ho spedito:










Se avete qualche critica da farmi, dite pure. Mi rendo conto che se avessi avuto più tempo, se le avessi fatte anche qualche settimana fa, sarebbero venute meglio. Non ho neanche pranzato oggi.

Prossimamente metterò le illustrazioni che ho scartato.
Ah, dimenticavo una cosa. Io non avrò pranzato, ma ho dato a Bonnie una dose abbondante di fieno. Glielo dovevo: mi ha fatto da modella dopotutto.

domenica 20 settembre 2009

Iperrealismo

Quello di cui voglio parlare oggi è una corrente artistica (soprattutto pittorica) che si chiama Iperrealismo.
Potrebbe essere uno sfogo, ma in prevalenza sono mie riflessioni. Diciamo che, se me lo permettete, è una mia critica.



Fruttiera di cristallo con limoni di Mauro David, 1999


lunedì 14 settembre 2009

Gli Uccelli

Oggi vi voglio raccontare del mio secondo laboratorio di teatro, seguito nell'agosto 2004.

Questa volta il laboratorio, poiché estivo, non è rivolto ai ragazzi di ogni scuola, ma ad ogni ragazzo che vuole partecipare. Così mi è capitato di incontrare ragazzi che avevano 10 anni in meno di me e adulti che avevano quasi 20 anni più di me.
Lo spettacolo era su Gli Uccelli di Aristofane, uno dei suoi testi più famosi e le guide erano Maurizio Lupinelli, Alessandro Argnani e Silvia Loddo. All'inizio del laboratorio si fanno esercizi per socializzare poi più si va avanti più si affronta il testo a modo nostro e alla fine abbiamo affrontato il testo di Aristofane nella rilettura di Lupinelli e Marco Martinelli.

Vi racconto la storia: Augusto e Cocò sono stanchi della città di Atene e perciò sono decisi, con un corvo e una cornacchia, di trovare Tereo, l'uomo che diventò la Pupa-Upupa, cioè io, perché vogliono vivere nei cieli proprio come gli uccelli e fondare così una vera e propria città degli uccelli. La Pupa-Upupa, dopo esser stata conquistata da Augusto, convince anche gli altri uccelli e soprattutto il loro corifeo (figura presente nelle opere antiche che fa da guida ai cori) ad accoglierli tra di loro facendoli diventare uccelli. Inoltre si toglierà il potere ai dei togliendo a loro l'odore dei cibi che così andrà agli uccelli poiché nell'antichità, come sostiene Augusto, erano gli uccelli ad essere venerati.
Benissimo, Nubicuculia è stata fondata, gli uccelli vengono coinvolti nelle costruzioni (Tu struzzo porta la calce che faremo il calcestruzzo, Cocò) e già arrivano i primi visitatori: un poeta che vuol cantare già le lodi di Nubicuculia, delle sondaggiste e infine un addetto delle assicurazioni. Ma tutti e tre saranno scacciati prontamente. Arriva il Corifeo che avvisa della venuta di Iride, che parla in francese, la messaggera degli dei. Essi non sono affatto contenti di questa nuova situazione: l'odore dei non arriva più a loro e andandosene avvisa che avranno da pentirsene. Inoltre arriva un uomo che vuole accoppare suo padre e approva le nuove leggi degli uccelli. Augusto, come nuovo re della città, ascolta con attenzione e prima gli dice che è il benvenuto però poi lo rifiuta perché il pulcino dopo che no lo è più, deve prendersi cura di suo padre. Augusto, davvero stressato, chiede alla Pupa-Upupa (rieccomi!) se c'è qualcosa da mangiare e io ordino agli uccelli di apparecchiare le tavole. Augusto è nervoso, ma sa che può contare su Prometeo, la loro spia, che è un doppiogiochista. Ed ecco che compare Prometeo con un ombrello (da spiaggia) che lo protegge dalla vista di Zeus e lo avvisa che verranno tre dei come ambasciatori e gli dice che si dovrà fare la pace però ci dovranno essere delle trattative. Arrivano gli ambasciatori, sono due : Ercole e un dio vichingo. E l'altro? Ci pensa Prometeo, è un doppiogiochista e fa Poseidone e così tra una trattativa e l'altra, tra un cibo e l'altro, la pace si fa.

Alcune cose sono cambiate dal testo originario e non solo perché siamo partiti da una riscrittura, ma anche perché era il numero dei ragazzi a condizionare i personaggi. Infatti di ruoli stabili per tutto lo spettacolo eravamo io, il Corifeo e la ragazza che interpretava Cocò (che in realtà è un maschio, ma la ragazza aveva i capelli corti e poteva interpretare un maschio). Augusto era interpretato da tre ragazzi, creando così sconcerto a Cocò, e gli altri ragazzi, quando non avevano altri ruoli, facevano il coro degli uccelli.

Le indicazioni di Lupinelli per la Pupa-Upupa erano che io dovevo sembrare molto frivola, un po' stupidotta, insomma non dovevo avere nessuna traccia di maschile ed ero molto presa da Augusto. In una scena poi era previsto che io dovessi ballare sotto le note di I will survive "...perché alla Pupa piace ballare." diceva Lupinelli. Come ballare? Manco ballo davanti ad una persona, figuriamoci davanti ad un pubblico. Ma poi nello spettacolo mi sono scatenata e così quando alla fine dello spettacolo, e dopo aver ricevuto gli applausi e fatto i ringraziamenti, hanno rimesso la canzone, io mi sono rimessa a ballare di nuovo. Devo dire che Lupinelli, da tutti chiamato Lupo, è di una severità incredibile, ma di quella severità che ti spinge di migliorare sempre di più quindi colgo l'occasione di ringraziarlo e poi mi ricordo affettuosamente di una cosa che mi ha detto ancora prima che ci venisse assegnato il ruolo: "La tua voce ha ventimila colori."

Il nomignolo di Pupa-Upupa mi è rimasto per molto tempo tanto che una volta che stavo uscendo dall'ospedale, uno che stava entrando in quel momento mi fa: "Ciao Pupa!" Mi sono vergognata un casino.
Le foto che seguono sono state fatte durante lo spettacolo.

Innanzitutto vi chiedo scusa per la qualità. E' il meglio che posso dare per ora. Appena possibile le sostituirò con altre di qualità migliore. Le foto le ha fatte una mia cara amica (che vuol restare anonima, quindi non chiedetemi chi è) e sono le uniche che ho dello spettacolo. Io sono quella al centro tutta arancione e rosso. La prima foto è stata fatta durante il balletto che ho raccontato (e i due uccelli ai lati mi cospargevano di stelle filanti) l'altra è stata fatta nella scena in cui introducevo Cocò e Augusto al Corifeo e agli altri uccelli. Le ho volute mettere anche perché nonostante ci siano altre persone queste non si distinguono bene sempre per il rispetto della privacy

venerdì 11 settembre 2009

Che cos'è un quadro?

Questo è un vero e proprio sfogo contro chi non considera il lavoro che c'è dietro a un quadro, contro chi lo considera solamente come un oggetto d'arredamento.
Per me il lavoro comincia ancora prima di quando impugno il pennello e lo intingo nel colore. E non consideriamo il fatto economico anche se può sembrare brutta questa cosa.
Dico questo perché non c'è alcun rispetto da troppa gente. Non dico che mi si deve gettare ai piedi un tappeto dovunque passo, ma se vieni ad acquistare un quadro non mi fai quelle figuracce. Quali? Quelle che vi elencherò qua sotto.
Alla mia prima mostra del 2004, a 21 anni, è entrato uno di corsa e mi fa: "Voglio quel quadro!"
Il quadro è una raffigurazione della mia coniglietta nana Bonnie e misura 90x90 cm. Imbarazzata da tanta intraprendenza, e anche orgogliosa, gli faccio: "Ok, sono 200 euro.". E lui mi risponde: "Così tanti?". Io sono rimasta interdetta: "Ma come? Mi tengo bassa apposta perché sono all'inizio e lui mi fa: Così tanti?"
Il prezzo non gliel'ho dato a caso. All'Accademia ci avevano dato una piccola formula per dare un prezzo: altezza+base+un piccolo quantitativo che possa riassumere i colori e pennelli.
Il nostro dialogo prosegue così.
Io: "Signore, è un 90x90."
Lui: "Io però volevo fare un regalo di Natale." Piccola nota: eravamo a inizio dicembre.
Io: (sempre più interdetta) "C'è un altro quadro con la coniglietta ed è più piccolo." Ovvero: più piccolo, spendi meno.
Lui: "Eh, mi piace questo perché c'ha delle belle guanciottone!"
Mio brivido lungo la schiena a sentire "guanciottone" per di più con una voce melensa.
Lui. "Adesso ci penso."E se ne va.
Ovviamente, non è più ritornato.
L'altro "incontro" è stato con una signora col passeggino nella mia ultima mostra del 2008.
Entra una signora col passeggino e mi fa: "Vorrei che lei mi facesse un quadro."
"Va bene." rispondo
"Lo vorrei di questa grandezza. (indica un quadro 100x80) Però lo voglio per così."
Con le mani mi fa il segno che lo vuole per il largo.
"Ok, sono 200 euro."
"Così tanti?!"
Ma cos'è? Sono tutti e due parenti? Per di più me l'ha detto con aria antipatica.
Nella galleria c'era una mia carissima amica che dipinge da anni e a questa signora fa:
"Signora, guardi che la ragazza le ha fatto un prezzo bassissimo."
"Beh io quando ero incinta, facevo dei piccoli dipinti con le tempere che si lavano con l'acqua."
E io penso: "Sì, perché io uso quelli."
Parliamo, ma senza raggiungere accordi.
Allora, cosa ho imparato da tutto ciò? C'è molta ignoranza in giro e appunto, come ho detto all'inizio, non si considera il lavoro che c'è dietro. Un lavoro non può riflettere la fatica che c'è dietro però non credo ci sia bisogno di spiare il lavoro di chi si appresta a fare un quadro, i ripensamenti che ci sono dietro però forse si dovrebbe installare una videocamera. Il bello è che poi molte persone considerano troppo un prezzo che faccio io ed è bassissimo quando invece si appresta a comprare qualunque cosa che fra una stagione deve essere assolutamente sostituito.
E poi il bello sono le persone che dicono: "Ah, io una cosa del genere riesco a farla benissimo" e così penso: "Le cose sono due: o non sai minimamente di cosa c'è dietro oppure sei un pittore e ancora non lo sai."
Non bisogna pensare che uno che dipinge sia per forza un hobbysta e bisogna avere rispetto come per qualunque persona che lavora.
A volte credo che una persona paghi il nome dell'artista e non la sua opera. Spero che più avanti incontrerò persone che siano sicure di prendere il mio quadro per quello che è, una sinfonia di colore.

mercoledì 9 settembre 2009

E tu QUESTO lo chiami AMORE?

Questa volta non voglio parlare di me, ma di una cosa che riguarda TUTTI: la VIOLENZA SULLE DONNE!
Stamattina stavo gironzolando su Internet e in particolare sui blog e vedo che molte delle bloggers italiane che "frequento" si sono unite, da un'idea di una di loro, riguardo la violenza sulle donne. Oggi e domani c'è una Conferenza Internazionale contro la Violenza sulle Donne a Roma e visto che IO RIFIUTO OGNI FORMA DI VIOLENZA ho deciso di aderire anch'io e non solo mettendo il logo, ma anche mettendoci letteralmente la mia faccia!



Ciò che volevo esprimere è che MOLTO SPESSO la violenza viene confusa CON L'AMORE!
Tutto ciò, ovviamente, è sbagliato nella maniera assoluta!

Tutti possono collaborare anche solo vestendosi con qualcosa di bianco.

Ecco l'indirizzo del blog di chi ha ideato tutto questo: http://tuzifashiontips.wordpress.com/


martedì 8 settembre 2009

Le stranezze dei concorsi

Wow! Mi sento carichissima ed è meglio approfittarne. Forse è perché sta arrivando l'autunno. L'estate non mi è quasi mai piaciuta. Mi considero più un tipo autunnale.
Ma passiamo oltre. Oggi volevo parlare dei concorsi di pittura.
Il mio primo concorso è stato nel 2004 e ho partecipato a vari concorsi, ma non solo per vanità. Partecipo a concorsi per farmi conoscere, per avere un cv più ampio (purtroppo è così, se non partecipi a dei concorsi non sei ritenuta una professionista), ma soprattutto per imparare, per osservare da chi è più esperto di me.
Però a volte mi chiedevo: Ma dove sono finita?.
La prima volta che me lo sono chiesta è quando ho partecipato al mio primo concorso in estemporanea (cioè esegui il quadro lì per chi non lo sapesse) a Cotignola, provincia di Ravenna, 3-4 anni fa e il tema era Corpo a corpo. La maggioranza dei partecipanti, così io, ha espresso questo tema a livello sessuale. Il concorso era diviso in due sezioni: pittura e extra-pittura. La vincitrice della sezione pittorica è stata una mia compagna dell'Accademia e aveva preso questo tema con un incontro di boxe. Era davvero espresso bene. Il colmo è stato il vincitore tra le due sezioni, il vincitore massimo. Ricordo che il tema era Corpo a corpo e lui cos'ha raffigurato? La scatoletta di una crema per il corpo. Io e molti altri eravamo allibiti.
Un'altra volta che mi sono fatta la domanda era in un concorso a Longastrino, sempre in provincia di Ravenna, e il tema era Luoghi dimenticati. Io ho subito pensato ai sogni e mi sono chiesta a come rappresentarli. Ci ho pensato, ho fatto delle libere associazioni e alla fine ho pensato a una cosa che mi chiedo: Alice, quella del Paese delle Meraviglie, dopo essere stata là cosa aveva fatto? Avrebbe dato sfogo alla sua fantasia? E da adulta come sarà stata? Si sarebbe dimenticata tutto? Naturalmente so che Alice è un personaggio di fantasia anche se è stato ispirato da una bambina, Alice Liddel, però la fantasia non ha regole ed è questo il bello: alla fantasia non importa se le persone sono vere o frutto anch'esse della fantasia.
Provate a immaginare anche perché non ce l'ho più, l'ho coperto di bianco. Ho raffigurato Alice anziana su una sedia a rotelle di profilo. Ha i capelli lunghi e bianchi e una veste bianca, la testa all'indietro, gli occhi chiusi ed è commossa. Nella mano tiene l'orologio ed è commossa perché finalmente è ritornato il Bianconiglio con il panciotto. A fianco una finestra, quasi un'icona sacra, tutta illuminata, è rappresentata la scena del non-compleanno con la Lepre Marzolina e Il Cappellaio Matto e sopra l'albero c'era lo Stregatto. Alice si era dimenticata del Paese delle Meraviglie.
Orgogliosissima di questo quadro, vado alla mostra e cosa vedo? Tutti i quadri rappresentavano scorci di campagna. Non li si distingueva più. Mi sembrava di essere ritornata alle medie quando in occasione del concorso di Telethon i disegni erano quasi tutti identici e alcuni avevano lo stesso disegno.
Ritorniamo alla mostra ovviamente sono stati premiati le campagne e mi sembrava quasi che si conoscessero tutti. Non mi sembrava di essere una partecipante ad una mostra, ma un'intrusa ad un incontro di habitué di un circolo privato.Inoltre la premiazione mi sembrava quasi di essere alla lotteria: prendevano il numero e una volta avevano detto Venti...quattro! . Ed io avevo il ventitré.
Però mi sono capitate anche cose belle. Una volta ho partecipato ad un concorso dove si poteva partecipare con un quadro già esistente quindi ho presentato questo:




Non ho vinto e non ho ricevuto niente, ma sono stata felicissima lo stesso. Quando sono salita a ritirare la targa di partecipazione, il signore mi ha guardato e mi ha detto: "Ma sei giovanissima! Hai un futuro davanti.". Quelle parole le ricordo con affetto.
E poi un'altra cosa bellissima mi è successa: al mio ultimo concorso, ad Alfonsine, sempre in provincia di Ravenna e il tema era Brume crepuscolari. Questo è il quadro:



Quando sono andata a portare il quadro, prendo il foglietto dove c'erano i premi e vedo che c'erano solo i primi tre e nessun selezionato. E così penso: "Manco nei primi dieci riesco ad arrivare, figuriamoci nei primi tre."
Qualche giorno dopo vado alla premiazione e sono alquanto nervosa (uno non si rende conto dello stress che può provocare un concorso perché sembra quasi che dai risultati debba dipendere la tua affermazione e che se non vinci allora non vali, ma adesso sono molto più sicura di me) quindi attendo che dicano i premiati (e questa volta sembra che stiano per dare la risposta ad un concorso di quiz) e alla fine niente. Ma un attimo dopo che ho pensato: "E anche stavolta niente" il signore che parlava, dice: "Ed abbiamo anche una selezionata: Elena Vignoli". Avevo il viso che si è completamente aperto in un espressione di stupore e dopo essermi riattaccata la mandibola, vado a fare la foto di turno. Non ci potevo proprio credere.
La motivazione l'ho saputa solo qualche mese più tardi, avevano l'indirizzo della casa da cui avevo traslocato, e alla premiazione c'era stato qualche contrattempo. Così quando ho aperto la busta, sono rimasta davvero commossa. Ve la trascrivo qua sotto:

Perché abbiamo voluto crederlo un gesto di orgoglio e di audacia, una possibilità concessa a chi sta cercando un modo per raccontarsi e continua a sperimentare chiarendosi e confondendosi in un continuo mutare. Un tentativo non ancora divenuto stile, un chiaro assolo di spontaneità.
Beh, che ne dite?
Errata corrige: il mio primo concorso di estemporanea non è stato a Cotignola, ma a Ravenna. Si doveva rappresentare una delle nostre basiliche, quella di San Giovanni Evangelista. Ho cercato di essere il più fedele possibile. Alla fine ho capito che io non sono così.

lunedì 7 settembre 2009

CARINO?!

ATTENZIONE: questo post è più di una riflessione, è uno sfogo! Quindi ciò che verrà scritto qui sono mie opinioni. Forse alcune cose non piaceranno e scusatemi se avrò un tono duro. Prendetela come qualcosa di profondamente ironico.
Chi mi conosce lo sa, detesto la parola carino. E così vengo presa in giro bonariamente, ma è così: ho un'avversione profonda, quasi un'allergia verso questa parola.
Come si può ben vedere, carino è un diminutivo della parola caro e ha diversi significati: grazioso, piacevole, dolce... Solo che adesso TUTTO E' CARINO! E quando non sai cosa dire, basta che dici carino e sei apposto.
Posso capire se si applica la parola ad un vestito, ad una scarpa, a cose frivole che durano una stagione, ma non me lo vieni a dire di fronte ad un'opera d'arte, qualunque essa sia.
Infatti di solito m'insospettisco quando mi viene detto carino e spesso tale parola viene applicata in questi casi:
1) Non sai cosa dire e mi dici carino ;
2) Non ti piace e mi dici carino solo per farmi contenta;
3) Pensi davvero che sia carino.
Allora in tali casi io avrei delle cose. Non so come definire queste "cose", ma di certo non voglio definirle cure.
1) Mio caro, lo sai che ci sono tantissime belle parole nella lingua italiana? Non esiste solo carino. Non dico che devi esagerare, essere superlativo con le definizioni, ma di sicuro ci sarà una parola che esprimerà meglio le tue sensazioni. Oppure ancora meglio, non è necessario essere dei letterati o dei profondi conoscitori dell'arte ( è questa una cosa che mi viene spesso detta, che non sanno niente dell'arte, ma io non voglio interrogarti sulla storia dell'Arte a me interessano le tue emozioni) basta che mi esprimi le tue sensazioni, anche se a te potrebbero essere strampalate e senza alcun senso, e se davvero non sai cosa dire, dimmelo apertamente. Io non mi offendo. Anzi, te ne sono grato di qualsiasi emozione la mia opera ti scateni.
2) Pensi che dirmi carino in questo caso mi renda contenta? No, affatto. La premura che usi in questo caso è falsa e a me non permette di capire. Preferisco che tu sia spietato, che mi dici quello che pensi. Però sta ben attento io posso ben accettare qualunque critica basta che sia costruttiva. In più se mi dici "Che schifo!" pretendo di sapere il perché. Non sono così presuntuosa da voler che le mie opere piacciano a tutti. Però se critichi solo per offendere, non va affatto bene.
3) Mi sa che questo caso è il peggiore di tutti! Spesso chi dice questo vede la vita in rosa. Forse vi sembrerò controcorrente, ma io della vita in rosa non ne voglio proprio sapere! La vita ha così tanti aspetti, così tante sfaccettature che vederla solo in rosa mi sembra quasi di insultarla. E poi magari un giorno mi sento di un colore e quello dopo di un altro. Perché mi devo sentire obbligata di essere rosa?
Ho quasi l'impressione che se la parola carino si estinguesse, la gente avrà fatica di andare avanti (Lo diceva anche Linus in una striscia dei Peanuts).
Benissimo, quello che volevo dire l'ho detto. Esco da questa atmosfera e mi connetto con voi. Non è che adesso sparo a chiunque mi dica carino e non mi sento una giustiziera però era una questione che sentivo di dire. A volte ci scordiamo il potere delle parole che hanno su di noi. Ogni parola ha il suo peso e parlare solo per modo di dire, solo per luoghi comuni è qualcosa che piano piano ci instupidisce. Però se avete da commentare non ditemi "Che post carino." Oppure fatelo però mi piacerebbe sapere di più cosa ne pensate. Quante volte dite carino? E in quali casi? Dite pure ciò che volete. Confido nella vostra maturità.
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